L’apparenza inganna

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lapparenza inganna recensione teatro out off 2017

L’apparenza inganna di Thomas Bernhard
Regia Roberto Trifirò
Con Roberto Trifirò (Karl), Giovanni Battaglia (Robert)
Scene e costumi Veronica Lattuada
Luci Alessandro Tinelli
Assistente alla regia Fiammetta Perugi
Aiuto scenografo Giacono Viganò
Foto di Scena Agneza Dorkin

Dal 17 gennaio al 12 febbraio 2017 al Teatro Out Off – Milano

24 febbraio 2017 – Una grande stanza. Ma a guardar bene sono due che si riflettono, quasi speculari; due mondi molto simili, ma distanti, che si confrontano. Il tavolo al centro ritma lo spazio; in fondo, a destra e a sinistra due armadi sgarrupati, un affollarsi di vecchi oggetti, abiti demodé, libri, ricordi. Una gabbia col canarino… È questo lo spazio scenico in cui si muovono i due fratelli, Karl e Robert, protagonisti di l’Apparenza Inganna, la pièce del grande drammaturgo austriaco Thomas Bernhard, in scena all’Out Off fino al 12 febbraio.

Roberto Trifirò (che di questo spettacolo è anche regista) e Giovanni Battaglia sono rispettivamente Karl e Robert, due anziani fratelli ormai in pensione, l’uno ex-giocoliere e l’altro ex-attore. Si fanno visita, per abitudine, ogni martedì e ogni giovedì,alternativamente a casa dell’uno o dell’altro. Incontri ricorrenti fra due persone dai caratteri opposti: solipsista Karl, ipocondriaco Robert; l’uno maniacale nella sua precisione e pretesa raffinatezza, l’altro attratto dalla poesia e dall’arte. Ad unirli le loro dolorose solitudini, l’insulto del tempo, i vecchi rancori, quasi il bisogno di darsi reciprocamente il tormento. E soprattutto quella casetta di campagna che Matilde, la moglie appena mancata di Karl, ha lasciato al cognato Robert e non al marito.

Karl entra in scena camminando carponi alla ricerca della sua limetta per le unghie perché ormai “gli occhiali che servivano per leggere Voltaire, ora bisogna inforcarli anche per tagliarsi le unghie dei piedi”. E fin dal lunghissimo monologo iniziale si respira un’aria soffocante, di sofferenza per se stessi e rancore, più che di lutto per la perdita appena subita. Una desolazione dello spirito che sembra voler essere riempita dall’accuratezza per piccoli dettagli: l’attenta vestizione, le scarpe…

Dall’arrivo di Robert, ai monologhi si succedono dialoghi ben costruiti che in un’alternanza di critiche reciproche, lamenti, qualche slancio, ma soprattutto piccole aggressioni che nascondono disperate richieste d’aiuto, ci restituiscono il quadro di una devastante fragilità umana incapace di relazionarsi all’altro da sé.

Una miseria che ci intristisce e ci fa riflettere. Uno spettacolo che si chiude sulla parola “io”, isolata, pronunciata da Karl. E poi, come se niente fosse, accompagna il pubblico all’uscita con una veloce e leggera sonata k525 di Mozart. Un testo interessante di cui apprezziamo grandemente il gioco fra le frasi pronunciate e quelle sottintese, fra l’agito e il “non detto”, i cambi di registro e la sottile e dolorosa comicità di questi contrasti.

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Babi Campi Falcone

Babi Campi Falcone

Mi occupo di teatro da una decina di anni e lavoro nell'ambito della comunicazione da qualche anno in più. Mi piace fotografare volti per strada. Mi piace costruire mobili. E mi piace leggere. Da Ariosto a Philip K. Dick, da Pinter a John Patrick Shanley. Ultimamente e inspiegabilmente - anche qualche libro sulla fisica quantistica e la teoria dell'universo olografico. Tra i viaggi più belli, 10 anni di psicoanalisi junghiana...

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