Macbettu

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macbettu recensione teatro dell arte triennale mlano 2018

Macbettu
Di Alessandro Serra
Tratto da “Macbeth” di William Shakespeare
Con Fulvio Accogli, Andrea Bartolomeo, Leonardo Capuano, Andrea Carroni, Giovanni Carroni, Maurizio Giordo, Stefano Mereu e Felice Montervino
Regia, scene, luci e costumi Alessandro Serra

Dal 13 al 16 dicembre 2018 in Triennale-Teatro dell’Arte

Una regia può essere fatta di suoni, odori, aria e ombre?
A quanto pare si, perché di queste materie è fatta la regia del Macbettu di Alessandro Serra, potente rigorosissima, archetipica.

In una bianca polvere che dirada a sospendere il tempo, si susseguono una dopo l’altra immagini portentose, come quella degli uomini-maiali con il loro grugniti ingordi che squarciano il silenzio ad annunciare l’imminente sciagura; dell’uccisione chirurgica e silenziosa del re con un colpo secco alla gola, come fosse un animale da macello; dell’apparizione del fantasma di Banquo scandita – mentre cammina sulla tavola del banchetto – dal fragore del pane carasau che si frantuma sotto le sue suole; del bosco di Birnam che avanza a suon di sonagli con le sembianze di cortecce di sughero, maschere terribilissime.

E poi i camei costruiti a regola d’arte del portiere ubriaco e delle streghe, esilaranti e grottesche con il loro incedere a piccoli passi ravvicinati quasi a sfiorare il terreno e il turbinio di trovate, tutte spassosissime, come il bullet time per schivare la ramazza, l’appensione a testa in giù – e lì, posso giurare, si erano trasformate in pipistrelli – l’alterco a suon di sputi con tanto di rimbalzo sul piatto di latta.

E tra tutto… i gesti precisi degli attori, in alcuni momenti quasi fissi, a sottolineare le atmosfere persistenti di ostilità testarda, la tensione, il senso dell’onore – vuoto di contenuto e ricco di quell’arroganza machista attinta a piene mani dall’immaginario della “balentia” – l’inevitabile vendetta del sangue che chiama altro sangue e altro sangue e altro ancora… In scena, solo delle quinte di ferro che si fanno pioggia, porta, tavoli da banchetto, stridìo fastidioso del rimorso, capestro. Una piccola sedia, quasi un trono, con due punte a incorniciare lo schienale. E la lingua, quella sarda, che si fa suono e melodia a narrare una terra e questa storia.

Da non perdere.

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Babi Campi Falcone

Babi Campi Falcone

Mi occupo di teatro da una decina di anni e lavoro nell'ambito della comunicazione da qualche anno in più. Mi piace fotografare volti per strada. Mi piace costruire mobili. E mi piace leggere. Da Ariosto a Philip K. Dick, da Pinter a John Patrick Shanley. Ultimamente e inspiegabilmente - anche qualche libro sulla fisica quantistica e la teoria dell'universo olografico. Tra i viaggi più belli, 10 anni di psicoanalisi junghiana...

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