Teatro Delusio

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teatro delusio recensione teatro menotti 2019

TEATRO DELUSIO
Un’opera di Familie Flöz
Di Paco González, Björn Leese, Hajo Schüler e Michael Vogel
Una produzione di Familie Flöz, Arena Berlin e Theaterhaus Stuttgart

Dal 12 al 17 febbraio 2019 al Teatro Menotti

Sul palco c’è chi passa l’aspirapolvere. Un Dyson qualche modello fa, verde acido. C’è la donna con la cassetta degli attrezzi rossa che sistema le gelatine sul baule. Un uomo porta via la scala. L’uomo e la donna tirano su la porta. Ci sono delle casse. Quelle grandi, dei corredi napoletani. Giù da basso, in platea, c’è il vociare delle signore che cercano il loro posto nella fila davanti, “non importa, tanto son tutti nostri questi posti!”. C’è Diorissimo, profumo antico, usato negli anni ’60 – mi spiega la bella signora di fianco – “gelsomino e mughetto… una volta usavano fiori francesi, come li usava Patou, ora lo producono in Marocco.” Intanto, sul palco, l’uomo dell’aspirapolvere s’aggira tra i fili elettrici. Poi raggiunge gli altri due, la donna della cassetta rossa e l’uomo della porta, i tre si consultano, s’accordano, partono a far qualcosa, poi la donna mette via la radio nella cassa, l’uomo e la donna portano la porta al centro del palco, le luci in sala si abbassano e lo spettacolo comincia per davvero.

Il set è un retroscena, la parte retrostante il palcoscenico. In scena tre tecnici, il corto, il lungo e il panzone, riordinano, predispongono. Assistono gli attori prima e durante lo spettacolo che va in scena su un palco che non vediamo. Nel mezzo, un viavai di artisti che si predispongono all’entrata: orchestrali altezzosi e smemorati, cantanti d’opera, ballerine lanciate sul palco dal coreografo, Dracula e il violinista, anzianotto e sordo, che si addormenta dietro le quinte. C’è tutto. Tre bravi attori. E poi maschere, travestimenti, teatro di figura, danza, clownerie, acrobazia, qualche momento di magia. Un linguaggio del corpo non convenzionale e serratissimo che parla e senza parola, rivela ciò che di più intimo c’è nell’animo umano. Solo una cosa manca. La storia.

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Babi Campi Falcone

Babi Campi Falcone

Mi occupo di teatro da una decina di anni e lavoro nell'ambito della comunicazione da qualche anno in più. Mi piace fotografare volti per strada. Mi piace costruire mobili. E mi piace leggere. Da Ariosto a Philip K. Dick, da Pinter a John Patrick Shanley. Ultimamente e inspiegabilmente - anche qualche libro sulla fisica quantistica e la teoria dell'universo olografico. Tra i viaggi più belli, 10 anni di psicoanalisi junghiana...

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